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XIV Cambiamenti a Casale città

Chi Siamo > La storia de Monico

A partire dal 1945, a Casale si sono susseguiti diversi Sindaci, alcuni più apprezzati, altri un po’ meno. Comunque il nostro Comune ha avuto momenti di sviluppo più o meno importanti. L’arrivo della Soc. Lever-Gibbs e quella della Johns-Manville attenuarono in parte la situazione creatasi con la chiusura degli stabilimenti Saffa e Peveralli.
Con la morte di papà Bernardino avvenuta nel 1951, il figlio Giovanni Battista detto Nino prese le redini dell’azienda. Era nota la sua devozione per Sant’Antonio abate, patrono del rione. E’ interessante saperne l’origine.
Una premessa: fino agli anni Quaranta, Casale era un paese in cui imperversavano ancora le malattie infettive: la tubercolosi, la difterite e il tifo colpivano moltissime famiglie. Per quanto riguarda il tifo, mancando l’acquedotto, le famiglie si servivano ancora delle pompe a mano (dette “trumbe”). Purtroppo queste pescavano in acque superficiali, mentre poche, i pozzi artesiani, come la fontana in piazza (detta Vedova) e pochi altri pescavano più in profondità. Nei cortili la pompa si trovava nelle vicinanze dei pozzi neri, delle concimaie e dei gabinetti (i cessi). Inoltre i ragazzi nuotavano nei fossi e rogge dall’acqua inquinata e bevevano anche l’acqua dei ruscelli che sembrava pulita. Bastava recitare – si credeva – una formula che avrebbe dovuto evitare loro il male di pancia e la diarrea: “Acqua corrente/ la beve il serpente/ la beve Dio/ la bevo anch’io”. Infine, come ciliegina sulla torta, mangiavano anche le more dei gelsi ( i muròn) e le bacche del biancospino (i gratac?i). Quando andava bene, aumentavano gli anticorpi, cioè la resistenza alle malattie; spesso però si sentiva parlare di tifo e paratifo.
Tornando ai Monico, nel 1931 Nino fu colpito da una grave forma di tifo che lo paralizzò anche nella parola per qualche settimana. Si stava già perdendo ogni speranza, quando proprio il 17 gennaio, giorno in cui si celebra la festa di Sant’Antonio, il ragazzo riprese l’uso della parola e nei giorni successivi ricominciò a camminare e guarì.
Da allora – raccontano i familiari – fu sempre devoto al Santo e nel giorno della sua festa si impegnò sempre ad offrire alla chiesa del rione il pane da distribuire benedetto ai fedeli.

Da tempo imprecisato, forse da quando nella vicina chiesa era arrivata la bella statua di legno che ora si trova nella nicchia della cappella di sinistra, nella cantina dei Monico era stata depositata la vecchia statua di gesso di Sant’Antonio abate, ben conservata e ammirata dai bambini di famiglia.

Quando Carlo e Massimo si dimostravano un po’ pigri nell’assumere la loro pappa, la mamma ricorreva al giochetto che molte mamme usano per far aprire qualche bocca inappetente dicendo: “Un cucchiaino a Sant’Antonio e uno a Carlo (o a Massimo)”. E le bocche si aprivano.
Dopo tanti anni la statua è tornata alla chiesa di Sant’Antonio e il 17 gennaio viene esposta presso la porta d’enrata durante il tempo in cui rimane acceso il tradizionale falò.
Ma non basta: negli anni ’60 Nino ebbe l’idea di produrre un “dolce speciale” per caratterizzare anche da un punto di vista gastronomico la festa. Fu così che iniziò l’usanza delle “frittelle di Sant’Antonio”, note anche come “frittelle al forno”: un dolce più leggero di quelle tradizionali perché cotte al forno senza grassi. Vengono prodotte - così concludono – dalla festa rionale fino a Carnevale.
Con la nuova gestione, con la collaborazione della moglie Alma, Nino ampliò la varietà dei prodotti con l’introduzione di pizze, focacce, ravioli di carne, con la zucca e con la ricotta e, nel campo dei prodotti dolciari, pan di Spagna, ciambelle, “meìn”, cioè pane giallo dolce e condito, torta paradiso, torta primavera, castagnaccio, biscotti di pasta frolla, brioches, veneziane, treccine dolci e frittelle, senza contare i dolci legati alle grandi festività: la torta di Casale per San Bartolomeo, le ossa da mordere (os da mord). A questo proposito, forse per un equivoco, si parla anche di ossi dei morti (oss de mort), perché prodotti nell’epoca del ricordo dei Defunti.
Qualcuno potrebbe aprire un dibattito sul nome più appropriato da attribuire a questi grossi biscotti, conosciuti nelle panetterie e pasticcerie con alcune leggere varianti. In dialetto troviamo: oss da mord, ossi da mort, ossi de mort e simili, cui corrispondono rispettivamente i termini italiani: ossi da mordere, ossi da morto, ossi dei morti ecc.

Lo sviluppo edilizio dell’abitato nella zona della cascina Ducatona rese necessaria la costituzione di una nuova Parroc­chia denominata “Maria Madre del Salvatore”, ma che i Casalini continuano a chiamare con l’antico nome di “Madonna dei Cappuccini”.
Nel 1976 Casale fu gratificata con il conferimento del titolo di Città.
Fra le opere pubbliche realizzate, possiamo elencare il maestoso nuovo Ospedale, la nuova Scuola Media, l’Istituto Tecnico Industriale Statale (l’ I.T.I.S.), due scuole materne, parte della fognatura, il depuratore delle acque reflue, la piscina estiva e quella invernale, l’aumento del verde cit­tadino, case popolari ed altro ancora.
Anche i panificatori si sono alternati, a gara, nel forni­re a Casale il pane tradizionalmente della migliore qualità.

Sono spariti i nomi di Caperdoni, Salamina, Pisati, Quattrini, Poggi e Dosi; sono apparsi quelli dei piccoli industriali F.lli Galimberti. Sono ancora presenti i panifici ar­tigianali di due nomi della tradizione: Pedrazzini e Monico.

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