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VII Dalla “Belle époque” al pane nero

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Era ancora l’epoca chiamata “la belle époque”, ricca di tan­ti bei sentimenti borghesi accompagnati, oltre che dalle musiche delle grandi opere liriche, anche da quelle di Strauss, di Offenbach e del “Ballo excelsior” di Marenco, ricco di ot­timismo e di speranza nel progresso della civiltà.
Ma su tutta l’Europa si stavano addensando nuvole minaccio­se. E scoppiò la prima guerra mondiale, con la partenza per il fronte di numerosi nostri ragazzi, di cui quasi un centina­io non tornarono, per non contare quelli che morirono in pri­gionia o più tardi per altre cause dovuta alla guerra.
Anche Casale risentì fortemente della situazione di quegli anni: la tessera per l’acquisto dei generi alimentari, l’ora legale, le donne e i bambini che dovevano sostituire gli uo­mini al fronte anche nei lavori pesanti e il pane nero che anche il prestino dei Monico era costretto a produrre. Lui che si vantava, insieme a Pisati, di saper produrre il miglior pane di Casale e dintorni, era costretto a fare salti mortali per mantenere alte, nel limite del possibile, la qualità del prodotto e di conseguenza la sua onorabilità. Qualche volta riusciva a far scappare nella produzione per­fino qualche panino bianco, correndo anche qualche rischio per la diligente sorveglianza dell’Annonaria.
Di quel periodo di dolore e ristrettezze che costringevano tutti alla più stretta parsimonia, si ricorda che anche la signora Sandrina, moglie di Bernardino, oltre alla normale carità di tutti i giorni, provvedeva di pane, latte, uniti a una moneta di dieci centesimi di allora le spose più bisognose del rione in occasione del battesimo del neonato.
Durante la guerra, Casale ospitò circa 250 soldati del Genio nelle scuole, e queste si dovettero adattare nel salone dell’oratorio messo a disposizione dal Parroco Don Cesare Manzoni. Dopo il Genio, trasferito a Pavia, giunse a Casale anche un grosso contingente di reduci dal fronte.
Il panificio dei Monico, che era anche pastificio, durante la guerra, per la disponibilità di locali era stato adibito perfino a deposito di granaglie. In quel periodo gli era stata imposta la produzione di pasta per l’esercito, pertanto la giornata lavorativa del signor Bernardino arrivava fino a sedici ore: di notte per produrre il pane, che doveva essere pronto per il mattino presto; di giorno per trafilare la pasta, che poi veniva fatta essiccare nel locale soprastante il forno.
Con la ritirata di Caporetto, anche il nostro concittadino Don Luigi Salamina, Cappellano che non aveva voluto abbandonare i “suoi feriti” dell’ospedale di campo, fu fatto pri­gioniero. Tornò a fine guerra in condizioni disperate e si racconta che si ristabilì grazie al fatto che sua madre po­sò sul letto in cui giaceva il figlio quasi morente la veste della Ma­donna dei Cappuccini che le era stata affidata per alcune riparazioni.
Casale ospitò anche parecchi prigionieri austriaci in alcu­ni locali della cascina Borasca, dove, di recente, sono stati trovati alcuni loro graffiti.
Col 1918 tornò la pace, ma come si sa le disgrazie non arri­vano mai sole: scoppiò l’epidemia della “spagnola”, un’influenza tanto maligna che arrivò a provocare fino cinque-sei mor­ti al giorno. Morirono anche Enzo e Rosy Rossi, alla cui me­moria i facoltosi fratelli Angelo e Bortolo nel 1927 fonda­rono il nuovo ospedale in Piazza Cappuccini.

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