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IX Il fascismo e la violenza

Chi Siamo > La storia de Monico

Un’altra testimonianza sul sorgere del fascismo è stata raccontata allo scrivente da Marco Monico, secondo figlio di Bernardino, durante una delle nostre chiacchierate al Caffè Roma. Mi raccontò che quando ancora frequentava le ele­mentari nelle scuole di via Cavallotti, all’uscita delle tre e mezza, arrivati in piazza videro che da un camion era sce­sa una quarantina di fascisti che si erano disposti in fila per tre. Dalle Segherie Rossi però stavano arrivando parec­chi operai armati con bastoni di legno. Le donne presenti, allarmate, indirizzarono i bambini nella chiesa parrocchiale e ve li tennero fino alla fine dello scontro, durante il qua­le un po’ di sangue fu versato anche perché da una finestra era partito un colpo di pistola che ferì a un braccio un certo signor Livraghi.
Un altro giorno, alcuni carrettieri che procuravano le foglie di gelso per le donne che allevavano i bachi da seta, passando davanti al “Caffè della Borsina” (= moglie di Borsa) in via Garibaldi che sapevano frequentato dai fascisti, vol­lero provocarli cantando Bandiera rossa. Dal Caffè però uscì un nutrito gruppo di fascisti che li presero a bastonate e poi li lasciarono andare piuttosto pesti e mogi.
Ma le violenze sfociarono addirittura in tragedia. Nel 1922 un gruppo di Arditi del Popolo, di estrazione socialista, bastonarono l’agricoltore Peppino Peviani a un punto tale che l’uomo non si riprese più e morì l’anno dopo. Quando i fa­scisti seppero del pestaggio, arrivarono con un camion e, passando davanti alla panetteria di Bernardino Monico, gli domandarono se aveva visto gli Arditi del Popolo, ma lui, che non voleva immischiarsi, rispose che si era appena alza­to dal sonno e che non ne sapeva niente. I ricercati intanto si erano dispersi rifugiandosi in vari cortili e sfuggendo così alla rappresaglia.
Nello stesso anno la vendetta: tre giovanotti fascisti aggredirono a bastonate la guardia comunale Giovanni Casali, come rivalsa per l’aggressione a Peppino Peviani e anche perchè aveva difeso in più occasioni il Sindaco socialista Prospero Mirotti. Morì poco dopo nell’ospedale San Rocco.
All’aggressione era stato testimone involontario anche Francesco Scotti, che non dimenticherà più la scena alla quale aveva assistito e che forse fu causa determinante della sua scelta politica. Ne parlerà nel libro “Il voltagabbana” di Davide Lajolo. Negli anni Trenta, infatti, ave­va costituito un gruppo con Aldo Mirotti, Aldo Bramini, Giuseppe Bertoli. Battista e Angelo Peviani, Opimio Bertoli e altri che aderivano al Partito Comunista.

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